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Televangelismo un fenomeno molto in moda negli USA ora anche da noi…

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Telepredicatori: proselitismo via cavo
di Paola Liberace

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Rating: ★★★☆☆ 

Chi sono i telepredicatori americani? In che modo questo fenomeno, squisitamente statunitense, è nato e ha potuto perdurare per più di sessant’anni? Da tanto si ripete, infatti, l’annuale congresso della loro associazione, la National religious broadcasting, (link) che nel prossimo febbraio si riunirà nuovamente, stavolta a Anaheim in California. Per saperne di più su questi singolari personaggi pubblici, bisogna distinguere tre piani, intrecciati nella loro vicenda: quello religioso, relativo al quadro dottrinale e teologico in cui il fenomeno è sorto; quello politico, dato dalle frequenti intersezioni tra la predicazione televisiva e il potere, anche finanziario; ed infine quello più propriamente mediatico, che rappresenta un aspetto necessario, ma non sufficiente per la comprensione del fenomeno. I “televangelists” sono infatti una delle componenti di un movimento più vasto, declinato attraverso svariate modalità espressive: tra esse, la televisione rappresenta un mezzo potente di comunicazione, che tuttavia, come vedremo, non esaurisce le caratteristiche e le possibilità del movimento.

1 – La religione

L’estrazione religiosa dei telepredicatori è quasi uniformemente evangelica: non per ragioni teologiche o teoretiche, ma prettamente storiche. Anche se la nascita dei primi veri fenomeni di “televangelismo” è databile agli anni Settanta, la presenza religiosa sul piccolo schermo americano è precedente, e risale almeno negli anni Venti. Sin da allora, le comunità religiose statunitensi si erano segnalate per l’avanguardistico interesse verso i mezzi di comunicazione di massa: una consistente parte delle stazioni radio disponibili era di natura religiosa. Quando la Federal communications commission, sorta con il communication Act del 1934, subordinò la concessione delle frequenze libere alla trasmissione di programmi di pubblico interesse (che escludevano l’intrattenimento e includevano, tra l’altro, la religione), i “network” commerciali, pur di ottenere le frequenze, si risolsero a prevedere spazi domenicali gratuiti per le chiese e congregazioni principali, rendendo di fatto superflue le emittenti religiose, peraltro poco redditizie. I protestanti del National council of churches, insieme ai cattolici e agli ebrei, trovarono così posto gratuitamente nella programmazione. Le correnti religiose minori – come i cristiani battisti o i pentecostali, troppo ristrette per ambire alla “pubblica utilità” – dovettero invece acquistare spazi per apparire in radio, e in seguito in televisione. Il conto economico sarebbe tornato grazie alla raccolta delle offerte dei “telefedeli”, che le altre confessioni invece disdegnavano.

Un modello di business che risultò infine vincente: negli anni Settanta, la Fcc allargò le strette maglie della “regulation” nelle comunicazioni, e la definizione del concetto di “pubblico interesse” fu sostanzialmente demandata alla decisione delle singole emittenti. Queste non trovarono più motivo di ospitare le trasmissioni religiose, che furono ben presto soppiantate dai telepredicatori evangelici – paganti, e quindi più appetibili per i “network”, ma anche più liberi di gestire i propri spazi. D’altro canto, le chiese principali – riunite dal 1980 nella riuniti nella Ibc (Interfaith broadcasting commission) – difficilmente si sarebbero lasciate indurre ad acquistare spazi per andare in onda, da ripagare con il “fund raising”. A differenza delle concorrenti “minoritarie”, inoltre, le trasmissioni prodotte dalla Ibc trascuravano la funzione “conativa”: più che insistere sulla conversione dei telespettatori, o predicare la possibilità di ottenere grazie e benefici con la preghiera (e le offerte), avevano finalità divulgative, e miravano a trasmettere nozioni teologiche. Soltanto l’ “Eternal world television network”, fondato dalla suora cattolica Madre Angelica nel 1981, avrebbe continuato negli anni successivi ad affiancare le trasmissioni e le reti dei “televangelisti”, espandendosi su cavo e satellite, e sostenendosi incredibilmente solo con concessioni e donazioni volontarie dei suoi sostenitori.

Tra le correnti che si erano dimostrate più dinamiche nella gestione del mezzo televisivo spiccava il cosiddetto “fondamentalismo”, di orientamento conservatore, nato negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento, che si richiamava al rispetto di cinque “fundamentals” del cristianesimo. Tra gli appartenenti al movimento, emergono in quest’epoca figure come quella di Jerry Falwell, battista del Sud, che con la trasmissione “Old time gospel hour” raggiunse subito milioni di telespettatori, e quella di Pat Robertson, seguace della teologia pentecostale, volto televisivo del programma “The 700 Club”. Ma in un punto almeno la predicazione di Falwell e di Robertson si discostava dalla dottrina fondamentalista, essenzialmente disinteressata delle “cose del mondo”, e quindi estranea all’azione nel mondo stesso, soprattutto tramite il coinvolgimento politico.

 

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